48.
in mano ad una nullità di fatto
tutto il tempo scortese
questa temperanza d’acido
per un davanzale d’astio.
maggiore opinione l’asma
di un cancello chiuso in faccia
la stagione nuda delle foglie
illanguidite d’ombra.
sono la morente giostra
con la caviglia vuota.
l’eresia contro la tempia
per uccidermi nel prezzario della luce corriva
fola al cipresso benestante
stanti tante le lapidi.
i piedi marittimi sono felici
di cicli di fonti. tu dove aggiri
l’erta dello scoglio sembri il brio
di un camioncino di sottane ambulanti
per donne di deserto. l’amarezza del codice
è stato verbo di nullità per solitudini
di liti col demonio del modo di starsene
senza le perle la forca di origine.
49.
amore di soffitta inventare
il verso. scoglio contro l’accetta.
l’altalena del mare ha preso
dio. nessun soccorso dal remo.
tu dimmi perché la persiana
chiude il suo distacco proprio
contro l’ala dello scricciolo ferito.
sia vendemmia l’acrobata
per portare il cielo in un abaco
di giostre. ma lo sterminio di adesso
sta a guardare la gara del sudario.
80.
atlante storico di noi questa sfortuna
plasmata dalle vette del rosario
quando si prega in circolo e la logica
fa cilecca e la cometa appare di buona
vista, nostra. stretta pace la giara dell’olio
serve a dar fortuna e lontanando
la tana della frottola innamora
le origini più tristi. tu moristi
al cielo sulla terra per le ceneri
non viste. il panico del sale
dà l’eco di grida furibonde. e nulla basta
una miriade di pianti.
81.
ascolterò la tua ruggine di appalto
il tuo essere in seconda con tanti padroni
il ministero della ronda l’apocalisse
degna dello stereo che urla il rantolo.
i polsi gonfi dal troppo lavoro
sono coperti da un enigma di scartoffie.
nessuno verrà a sincerarsi del perno
della salute vera al di là della maschera
di gesso che si concede ai morti.
la luna fracasserà il tuo congedo
per un dolente abbecedario imposto.
E' uscita presso BLU DI PRUSSIA Editrice di Piacenza http://www.bludiprussia.it/ la mia raccolta di poesia L'inchino del predone a cura di Eugenio Rebecchi.

Segnacoli di mendicità
2008-
1.
dire che me ne vado è
dire poco al nomignolo
cattivo. sono esangue
nel mito della gola
che non fona più
meraviglie né nessi
di nidi. la mia condotta
non porta più conchiglie
foniche marine. si appena
a zero l’àncora della forza
strettoia al calice sbeccato.
2.
ho pianto un sacrifico
un silenzio di crisi. perdo
molti capelli perché perdo
molta vita e negli sgoccioli
si ciondola morenti. tu sei
decisamente bello ma non
riesco più ad innamorarmi di
te. segno dei tempi. una tenda
che ondeggia al vento è decisamente
più bella e tragica di qualunque
parola appropriata. la parola
del grande poeta banalizza comunque
almeno un po’. ma non c’è altro mezzo:
il silenzio è spesso puttanesco
può venir equivocato molto di più.
il vuoto è lo straordinario! il male
il bene assoluti. l’arcano. la cantica
dell’angolo senza oltre ragionamento.
3.
l’altare della scissione è stato il plasma
il sangue in pasta con il pane nero
così triste la stanza di paese
con il panorama magnifico.
tutto parve bello eppure un velo
di morte consegnò per remoto
il padre dello sguardo. la rana pigra
capì il disilluso le gemellari caverne
del vento capitano. a due a due i ladruncoli
del fango ebbero castello alla faccia
del giusto. in fondo le costiere
murarono se stesse. così finì l’albore
finì l’abbecedario.
4.
me ne andrò a spingere la barca
in acqua, con dignitosa peripezia
voglio illudermi di un ludo
più felice. non voglio più guardare
la luce fioca o la carica del vento
anarchica baldoria. qui nel pasto
di storie andate a male resta la stanza
con le credule vacanze. invece è scempio
il mondo della forca e incanutito il frutto
dell’inguine benevolo. oggi è matura
l’arida facciata. con le rive di gemma
ho chiuso il bello.
5.
imbroglio darsena
il guado. già da sùbito
il vandalo sanguina
il fato che lo vuole. le lavagne
nel vanto delle formule
che non risolvono.
6.
in culla all’arcobaleno sto a guadarti
moria del vento acrobata convinto.
nel ballo che racimola la danza
credi la lena di guardare il buio.
in fondo alla cometa stare in coma
racconta del dominio della bara.
in tuta resina l’atleta del record
racconta l’equilibrio il brio del cuore.
domani mi darai un bacio alato
simile brocca acqua già fresca.
7.
a testa alta con moria di cuore
segnalo la disdetta del ginocchio
retto. nulla si piega alla beltà
del rantolo, fuggi fuggi in piena.
in foggia alla sconfitta sto a pregare
la logica del volo di ritorno
il nome in trono di capir qualcosa.
alla cimasa piange il pettirosso
quelle cerase belle senza tocco.
8.
ho visto un eremo sbadato
giocare al lunapark
con le conchiglie dei parchi innamorarsi
similoro e bagliore in greto al fiume
come un principe fatato e senza voglie
più che felice. il corrimano della scala mobile
mi chiama al dovere di arrivare
dove il malato è plasma infetto
dove il varo delle rondini non serve
a far felice un discolo. qui si arena
il ditale della sarta senza cucire
vedova. vale l’angolo di commettersi
colpevoli. pensati senza l’anima salva coste.
in meno di una capanna ho visto l’indice
delle fazioni in campo senza l’arcangelo
del polo del freno. si chiama shock l’arena
delle tenebre bambine botaniche le rese
nelle sabbie mobili e le paludi spie.
9.
ho una culla che mi fa da gran sasso
così per protezione dormo molto
in mano alle staffette delle ceneri.
è una morte leggera, fannullona
redatta dentro un gelo finimondo
senza bestemmia senza preghiera.
in mano alla rondine del boia
l’ordine è chiudere le palpebre
con la brevità dell’orto senza ringhiera.
10.
in fondo ho solo un corpo
che mi trasuda danni di
anemoni morti.
affanni d’Ercole conoscerti
avviato al patibolo
infarto del primo cuore.
e dove avviene il ciondolio
del sangue c’è la madre
pessima viandante.
in coro sulle esequie delle gemme
si deflora l’aurora in uno stabbio.
11.
incredula al saldo la bussola
passa il confine come una bambina
binaria col passero.
sotto il cancello è finito il nido
delle cicogne frante. argine voluto
un monastero in stasi finalmente
te immobile! tutto fiorito il bosco
e la vendetta tace un ciottolo mortale.
sudario miserrimo la resa delle rondini
ronza del male la finzione della scarpa.
12.
in uno stato di sobbalzo ho visto
l’angelo. era il muretto afono d’arsura
era la regìa d’abaco del pianto.
il musico e il colosso stanno alle lacrime
gemelli. in vita descrivimi la notte
questa stoccata d’eremo questo calare
contro la fronte un’edera scortese.
impigliami le mani così che voglia
sprigionarmi dal giogo della mina
che salta in aria per brandelli d’asce.
sfiniscimi nel tuono delle fionde
nelle sorelle che sperdono le gerle.
e parla l’almanacco una lingua vieta
scovata sotto i panici del verbo.
13.
se nuoto a rana mi ricordo di nascere
scellerata balbuzie nonostante
si basti il bulbo.
impasto con la resina del tempo
la silenziosa alacrità del remo
con la bugia di essere credenti.
in palio col respiro la fandonia
della docenza sul limine del fosso.
14.
amo le penombre dell’indietro
il quesito roso d’inquietudine
in breve il fegato del gaio
quando si frena il perno di far lutto
chiunque attorno e tutto.
indagine d’addio stare allo sguardo
del dado con i numeri stregati
streganti il petto dell’atleta.
in te che enumeri le vette
giace la terra ossuta il bel paese
sembianza all’oggidì che c’è tormento.
al chiuso nelle ciotole
bianca la nebbia del letargo.
15.
perdo ogni cosa anche i libri letti
nella scoscesa ritrosia del lutto.
maleficio di steccato
ho visto il caso fustigarsi fato.
con la corda del boia s’impenna
la penombra. tra breve brancola
la fine del tatuaggio la tua origine.
tra sterpi di coriandoli bambini
nessuno più ride, la ventosa del labbro
borbotta le gare delle perdite
i davanzali anneriti dal cranio del màrtire
dal martìre temporale.
l’universale della bestemmia è solo
un caso di vetro incrinato, un rapace
senza pace, un crimine per mito,
un mito per crimine. la bisaccia
fa sempre in tempo a raccogliere
scommesse i fati d’àncora.
16.
112.
lago di quota guardarti il viso
miracolante annuncio ciclo d’amore.
in pena sotto l’erta di fiori spenti
la gondola dell’onda il dado tratto
per ungere la gola a far di pressa
su un lunghissimo respiro
sospiro subìto. le rilevanze
d’addobbo sono musica
per le placente del cesto contro il muro.
se nasco con la foggia del silenzio
serro la scorta che non mi darà soccorso
né corsa di chimere le nuche allegre.
stava sotto il tavolo il feto della norma
di ridere finali finalmente.
salvacondotto di nuvole il tuo mento
spaccato a metà come un sesso
di soldato accampato. in via la neve
smorza la palude il dio neastro
del pube. bel bebè il chiosco
stazionario della stazione. per amarti
sprecherò un libro senza capirci
niente. teca del bacio la morte
nel credito d’uccello. chiedo venia
alla genia prossima del sangue.
75.
con la musa del pianto
ho da guardarti per sempre.
darti un presepe di me
per perdere di solitudine.
mica si sbaglia la ruota del corso
il sorbetto canuto del vespro
l’ossario del nudo campare.
ti aspetto con il becco assetato
con lo stato di stalla nel petto.
dove domenica si chiama la stoffa
che non so stirare a festa.
76.
71.
non oso il pallore della tua nuca
lo scialbore perpetuo
del fato del datario.
la regìa della soglia è una maschera
d’occiduo, sgarro dove la rotta
fa sgarbi di bussole svendute
al nemico contro il paradiso
partigiano, gita scolastica del semplice.
in giro dentro il palmo della mano
muore l’osanna, si spalma il magistrale
retaggio del tanto non distacco
dal tarlo la rondine sbeccata.
72.

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51.
se perdura il dolore la veranda
davvero si fa bellezza d’ascia
con i gatti in attesa di cibo
giù nel giardino rado.
appunti di comete fu la nuca
scavata da lanterne senza via.
in terra alla radura di vederci
il cielo s’imbianca per far fantasma
la gara spendacciona di speranza.
in palio non c’è niente da permettere
all’indovino dell’angolo cieco.
52.
41.
con il singhiozzo latrato
vivo lo sghiribizzo di piangere
genia e malora questo perimetro
tormentato dal vano della rotta
in mano al male del letargo vuoto
o sotto gelo la tormenta tutta.
attore di combriccola la fossa
saliente a caso per morir davvero
d’accordo con il costato sanguinante
intorno al freno della culla vuota.
42.
25.
è finita dal robivecchi questa canzone
che era l’alata funzione della serva
quando il tempo era cortese
e servile non pareva l’ostaggio
di essere. in stanza si attendeva
che facesse vita la vita senza fatica,
un nano in giardino già parlava
di principati grandiosi e dio era
vicino perché inutile. nessuna
paura osava frequentare le fodere
delle spade affilate vergini.
la polvere citrulla componeva
vascelli da prendere alla gioia
a rimorchio soltanto una zattera
di veli all’arcobaleno vivi.
26.
è scesa l’ecatombe a mo’ di collezione
e nessuno piange. è stare fermi davanti
al computer pensando o non pensando
cosa fare. di te ricordo un soffio di festa
e la strana viandanza di trovare
le strade tutte alla faccia dell’ecumene
che spiega e non sa dare la rotta
o almeno dotta la finanza dell’attesa.
corre il motore nei rottami avvinto
tutte setacciate le aiuole e le feste
del sottobanco contro la lezione
così lesiva ed ebete. t’innamoravi
di more e crisantemi ai bordi
della tema del mondo intero. ma poi
finì l’aureola del dado sotto un lucernaio
di ragni appisolati e perfidi.
27.
elimina da te la rivalità dell’ombra
che fa cometa monca la tavola calda
di non poter mangiare. il sortilegio
del giro non dà le giare colme d’olio.
né il pinnacolo del gendarme può
nido all’uccellino senza. è tutto
un povero faraglione con gli spruzzi
d’acqua quasi d’arsura. i genitori sarti
rischiano di non avere stoffa. in più
i foto spasmi delle attese fotografano
fandonie belle e buone. non basta per
nessuno questo intaglio avarissimo
di finestre di diorama. in te l’impigliarsi
della stirpe ha dato un fato funereo
una spiegazzata sintesi nel fatuo
insapore ma velenosissimo.
28.
andare per muse come nelle ciabatte
in questo tempo di pozzanghere
feroci nomi di non capire niente.
così una giornata senza fronde
né calamite al buono del restauro
ma la meteora di morire in vita.
in lutto le comete della resistenza
questa poveretta anima di botola
alla vedetta inutile del cielo cieco.
in tutta velleità il tetto minimo
disse di proteggere le sorti.
29.
labbro di avventura giorno di allegrie
simposio al tavolo del sole
prestare il viso al volo del grillo
in mano alle fessure del futuro.
tu mi accordi i dazi e le scoperte
se senza peso sono la cometa
l’incontro con la gioia della venia.
introno alle sventure della rotta
so far colare le ciliegie piene
le ben curate aureole dell’oasi.
30.
a mano a mano che la mano nella mano
stringe la cosa che appena siamo
tu mi tratteggi che sto smorendo
come fanno le lucciole appena accese.
sempre nelle ultime file sono stata a teatro
per non capire il treno e la vedetta
da qui al dettato delle fanìe vuote
dove già piangono le tarme del corsetto.
già la gola è un apice di perno
che a fondo singhiozza vitellina
nella falena della faccenda ghiotta
la terra in mezzo alla vendemmia.
31.
io vedrò le genesi e le fosse
la raucedine autunnale della luna
in folio nello schizzo di guardarla
paonazza di sole fatta pazza
dalla bara ricca, acerba di bambino.
emulo del sacro questo gran dolere
appeso alle logiche del baro
alle carnali mandorle del nero.
questi massicci codici di dolore
restringono le stime del sorriso
verso sostanze anonime d’arsenico.
32.
9.
e sarebbero da leggere le voci
delle casette che tremolano nel vento
nel bisbiglio del senso che non hanno.
invece nel termometro del tempo
corre l’aureola dell’ultima gestione
quest’aiuto che non termina il soccorso.
nell’anemia del bacio lo sposalizio
liso dal mare che sa di stagno
sollecito soltanto per retaggio.
dove s’avviene l’Ercole e la vita
in come viene in vetta all’ultima finestra
alla stragrande comica del sole.
in terra di convento ho visto un mito
palese con le fosse del silenzio
leso soltanto dai vivi che non sanno.
10.
L’inchino del predone
ho un sesto senso che mi fa rapace
pace già panica e forse già logica.
non basto al mondo non ribasso
il prezzo che non incasso. ho una
lapide vermiglia intorno alla gola.
qui mi meraviglio di essere la viva
vedetta di me che già guarda
dormire gl’indici e le vette.
padre conserto madre senza latte
le verità ataviche del palmo.
11.
e dove gioia influisce il vero
verso il taglio delle fionde
la cornucopia canta e la sirena
vanta di dar da capire il senso
della nudata fiaccola felice.
cielo si appanna se ne muori
contro, ora da vicino è vero
che sei natura tutta ricurva
verso l’uncino del ciclo
di far logoro l’oro.
12.
era una stanza in gioia di contatto
senza l’ansia del davanzale
senza il pitone del sale.
13.
in un basto di alunno la triste
cornucopia di dover aborto
il tiro con l’arco per seguire
la lezione alla lavagna
indigena di sé sempre più forte
di qualunque giocata più dolce.
14.

Audio pubblicato da BoccadiLeone77
82.
rendimi il pallore delle rendite
più corte, così una sopravvivenza
di resina un po’ sinistra nel verbale
del baro onnipresente. questo è il punto
e nessuno può nulla. si cambiano i vestiti
e le fotografie ma la salsa è la stessa.
i dialoghi prolissi e senza rondini.
nel cuore della nebbia ho visto l’indice
del baro. una cianfrusaglia senza leccornia
eppure potente quanto un alambicco
d’alta chimica. mica m’incanto
in un digiunare gentilizio senza carni
da deglutire. il tiro ti baci in una rendita
di provviste e stemmi in tuo onore.
83.
72.
l’archivio della ronda non dà
incontri. senza libertà si consuma
il chiodo. la trottola schiumeggia
verso le fole delle barche
tutte a traino di vento. nulla s’adagia
sulla meringa della spiaggia.
il sorriso del fosso dà somiglianze
con le zattere del sogno dotto nel
silenzio. tu perduri un varco
comico di resine bambine dentro
l’incudine del battito del cuore.
dove si avventa il senso della rotta
lì la cornucopia del salice gaudente.
73.
66.
una caraffa piena di matite
che non contenne mai acqua:
questa la stasi della disputa
con il più maligno degli assenti
quel brevetto buono della pancia
quando la fiacca era solo un po’ di estate
calda. dal dondolo dell’enigma
la fiala del gran fiasco scolpiti
nell’errore.
67.
60.
ho finito il palcoscenico e il golfo
mistico è stato cementato. in ogni
acrobazia ho pianto un fato
robotico, crepuscolare. ho finito
il saluto nel lutto di un libercolo
ammaccato. sul monte d’ascia
scola il sangue della guerra
di resistenza. su nel tetto l’imbroglio
di volare fa tonfo lo sguardo.
61.
57.
in te lasciai l’eremo e la bocca
tutto il posseduto. in meno di un
germoglio mi proseguì la voce
per dire il nodo di voler morire.
lenta moria il tetto si disfece
per ricomporsi in acido di sfinge
e far paura al sì delle vendemmie.
lo spigolo in eredità qui trovò
concime e cime messe insieme
per correggere l’orizzonte in zero.
58.
45.
atleta! prendimi con te, deportami
nel talamo dei dementi dove le dita
discorrono nei pozzi e chi barcolla
è carico di vero. costringimi in un
furto senza vittima dove la belva
è solo un indice vuoto. in un buio
genuflesso quanto un uncino
le carni appese. gretto l’amo che
uncina i pesci fidi. nel bar diluviano
le ceneri, le movenze nude delle
giostre d’ascia. piove! finalmente
non tornerà il sole.
46.
40.
ho visto la natura dello scempio
l’oro a zero del falco comatoso.
41.
32.
in un buio di giornale ho visto l’incubo
negli occhi spalancati di un soldato
atterrito dalla canea della polvere.
33.
27.
con le ciliegie per orecchini
andar di morte
con la festa del rantolo più breve
28.
23.
accludimi al ristagno della nebbia
miriade del vuoto per lamento,
sfinge di ossessa rendimi
cornucopia di martirio per sorriso,
dal lutto l’alveare della rondine.
scoramento e blasfemia il polso
infante. eppure intorno alla marea
del sale sale una leva che con
vaglio trova valenze di ferraglie
verso l’indice inciso all’ottimo
marsupio di cucciolo maldestro.
ciondoloni ciondoloni portami
dove la gioia è la polvere domestica
ostia d’altrove il cimitero in secca.
24.
16.
notte di fango, una stazione immonda,
le giurie delle cose al sopravvento
corre d’ergastolo il tormento.
ingiuria e calamita la libertà convulsa,
attrice di comete la buona madre
quando chi piange è solo un batuffolo
di rena. al lapidario si fermò la nuca
cantata dalle rondini del refolo
azzurro. così finì l’esilio
del lirico viandante senza meta.
17.
10.
fui col sasso a farmi una scampagnata
così per fiorire il latte senza la carne
le piante grasse con gli artigli pieni
ogni punta una rotta da respingere.
fui la pelle della rema
nel pianto di un corallo
lapidario. fui profanata dal
taglio della spada, donna già
nata con il fatto dentro.
ottusa dalla perla della luna
le credetti per perdermi devota
al tarlo della nuca che non guardo.
11.